La simbologia nella fiaba di Biancaneve

Biancaneve è fra le favole più note da molte generazioni. La si potrebbe annoverare fra gli “evergreen” dell’infanzia.

Nel corso degli anni ha subito modifiche, ed esistono differenti versioni tuttora conosciute. La più nota è quella di Walt Disney, sebbene sia fra quelle che hanno subito maggiori tagli rispetto alla versione originale.

Furono i fratelli Grimm a trascrivere la maggior parte delle favole tramandate in forma orale, cercando di mantenere vivido il significato in esse contenuto. Rimanere fedeli il più possibile alla versione originale ci permette di non perderne il valore intrinseco.

Lo psicanalista Bruno Battelheim ha scritto un saggio importante nel quale analizza i contenuti simbolici e i messaggi educativi che passano attraverso la narrazione delle favole. Grazie al suo libro ho ricercato l’edizione integrale delle favole dei fratelli Grimm e ne ho compreso l’importanza di raccontarle a tutti i bambini che hanno fatto parte della mia vita.

La favola di Biancaneve è ricca di contenuti simbolici importanti per lo sviluppo psicologico del bambino. Al di là della piacevolezza o meno della favola, al di là del nostro gusto, qual è il messaggio simbolico che si cela all’interno del racconto?

Il tema centrale di Biancaneve ruota intorno al complesso di Edipo (che nel caso di Biancaneve sarebbe più corretto chiamare d’Elettra) e la sua risoluzione.

Che cos’è esattamente il complesso d’Edipo?

Freud fu il primo a descrivere questo processo psichico del bambino. Stando alla sua teoria il bambino fra i 3 e i 5 anni mostra un amore incondizionato verso il genitore di sesso opposto e aggressività e gelosia nei confronti del sesso omologo. Sentimenti resi ancor più contrastanti dal timore della punizione e i sensi di colpa. Si tratta di una rivalità inconscia. La risoluzione avviene quando il bambino rinuncia a voler prendere il posto del genitore dello stesso sesso comprendendo che quel tipo d’amore può essere rivolto verso altre persone che non siano il proprio genitore. Le fine della fase edipica si ha quando il bambino non intravvede più il genitore omologo come minaccia, ma ne ricerca l’alleanza per poterlo imitare.

La favola di Biancaneve è una metafora della risoluzione del complesso edipico, iniziando dal ruolo dei genitori.

Fin dalle prime battute è presente la simbologia del tema che verrà sviluppato attraverso il racconto fiabesco. La storia inizia con la madre che si punge il dito e tre gocce del suo sangue cadono sulla neve. Queste due azioni sono i problemi che la storia affronterà: l’innocenza sessuale designata con la bianchezza della neve, il desiderio sessuale contraddistinto dal rosso del sangue. Le fiabe preparano il lettore ad accettare ciò che altrimenti sarebbe sconvolgente: il passaggio alla pubertà attraverso la comparsa del primo menarca e il sangue per la rottura dell’imene con il primo rapporto sessuale. Attraverso il nome di Biancaneve l’inconscio del bambino è attivato con estrema delicatezza.

Le fiabe hanno la caratteristica di porre il protagonista in una situazione di stallo. Nel caso di Biancaneve la sfida che la piccola dovrà affrontare è quella del passaggio dall’infanzia all’adolescenza. La presa di coscienza del cambiamento in atto è data dalla comparsa della rivalità con la matrigna. La posizione di Biancaneve all’interno della famiglia deve essere risolta. Il processo è analogo a quello del bambino che si trova nella situazione di risolvere la lotta all’interno della triade (padre, madre e figlio). Il bambino deve

trovare la soluzione all’interno di sé stesso, spesso in solitaria, per poter costruire la propria identità separata dalle figure genitoriali.

L’infanzia di Biancaneve trascorre tranquilla, nulla di drammatico accade fintanto che lei è piccina. Sebbene il padre si sia risposato, perché rimasto vedevo. La matrigna assume il suo ruolo solo quando la piccola compie sette anni e inizia la trasformazione verso la pubertà. Solo a questo punto la matrigna assume il ruolo della perfida all’interno della narrazione.

La matrigna

Si tratta del genitore narcisistico che si sente minacciato dal proprio figlio perché questo significa che sta invecchiando. Finché il bambino è piccolo e dipendente, non è separato dal genitore, non accade nulla, quindi non è una minaccia per il genitore. Quando il bambino inizia a crescere ed acquisire la propria indipendenza, viene avvertito come una minaccia. La storia di Biancaneve ci illustra la pericolosità del genitore narcisistico, ma ci mostra anche la parte narcisistica della protagonista attraverso la tentazione della matrigna camuffata da venditrice che le offre i nastri, il pettine e alla fine la mela. La bambina è attratta e – non essendo ancora sufficientemente matura – soccombe alla tentazione. La strega/matrigna in questo passaggio della favola simboleggia il genitore che non accetta il passaggio alla pubertà del proprio figlio e cerca di fermare il processo.

Il cacciatore

La sua figura del cacciatore è la trasposizione del padre. Solo un padre (nel contesto edipico) è in grado di assecondare i desideri della madre ponendo in salvo la figlia. La figura del cacciatore, come quella del re e della regina simboleggiano il potere assoluto – vissuto dal bambino – nei confronti del genitore. A livello inconscio il cacciatore è simbolo di protezione. Il bambino, spesso, manifesta paure per animali selvatici e chi se non un cacciatore può essere in grado di salvarlo? Nella favola il padre-cacciatore non è abbastanza energico da contrastare il volere della matrigna, ma allo stesso tempo vuole salvare la bambina, per questo motivo escogita l’inganno e pone in sicurezza Biancaneve. Visto che non è stato in grado di esercitare il suo ruolo pienamente, la matrigna continua a perseguitare Biancaneve. Un padre debole non serve a Biancaneve.

I nani

I nani ricoprono il ruolo della resistenza al cambiamento rendendoli molti simili al bambino prepubere ed è per questo che non comprendo i desideri di Biancaneve e la sua incapacità di resistere alle tentazioni della strega.

Il principe

Il suo ruolo è quello di sancire il passaggio definitivo all’età adulta. Biancaneve è nella bara e il principe la vuole portare con sé. Lo spostamento della bara permette a Biancaneve di sputare il pezzetto di mela e di risvegliarsi. Ora è pronta ad essere una donna e non temere più per la sua incolumità.

Biancaneve

La protagonista ricalca i timori del preadolescente. La simbologia è forte in ciascun passaggio della storia. La curiosità del bambino che si affaccia a desideri adolescenziali è narrata attraverso il suo accesso alla casa dei nani. Biancaneve comprende – per la prima volta – che non è possibile occuparsi esclusivamente del soddisfacimento del proprio bisogno, ma è necessario tenere conto anche di coloro che sono intorno a noi. Ecco perché assaggia le pietanze da ciascuno dei sette piatti e si disseta assaporando da tutti i bicchieri. Il suo gesto è la trasposizione del passaggio dalla fase di onnipotenza del bambino a quella di adulto che comprende che non può occuparsi solo del soddisfacimento dei suoi bisogni.

Biancaneve si lascia tentare dagli oggetti che le vengono proposti dalla strega/matrigna perché il suo desiderio di passare all’età adulta la spinge a sembrare più bella ed attraente, ma non è quella la strada che deve intraprendere, per cui i nani riescono a porla in salvo. La mela rappresenta i desideri sessuali comuni alle donne, ecco perché la matrigna la divide a metà ed è disposta a mangiarla con Biancaneve. La mela è di due colori (bianca e rossa), Biancaneve addenta la rossa che rappresenta la parte erotica. Ora Biancaneve non è più una bambina ed è sessualmente attiva. La mela la porta ad un sonno profondo, perché, sebbene fisicamente sia pronta per essere una donna, in realtà la sua psiche non è ancora sufficientemente matura, per cui deve attendere il momento propizio per poter utilizzare la sua nuova conoscenza.

Mi rammarica un po' la disputa che si legge sui canali social rispetto a messaggi patriarcali contenuti nelle favole. Sono convinta che la nostra società debba assolutamente contrastare il fenomeno, ma le favole e il loro contenuto hanno ben altre aspirazioni rispetto a inculcare l’idea del patriarcato.

Mi chiedo come possiamo annoverare fra i libri “must have” il celeberrimo “Donne che corrono coi lupi” della Estés, prendere ad esempio le storie Zen o le leggende dei nativi americani, senza porci la domanda se il loro contenuto possa essere misogino o meno e allo stesso tempo bistrattare le favole classiche della nostra cultura…Non si tratta forse di favole anche negli altri casi?

Barbalù (favola contenuta nel libro della Estés) non è forse – ad un occhio poco attento – una narrazione maschilista? Perché per alcuni casi accettiamo la narrazione e per altri abbiamo il bisogno di distruggere un patrimonio culturale brandendo lo stendardo del sessismo?  

Ho letto le fiabe ai miei figli e vi esorto a fare altrettanto. Vi consiglio anche il libro “il mondo incantato” di Bruno Battelheim dove lui ci illustra tutti gli archetipi e la simbologia contenuta nelle fiabe più note al mondo occidentale.

Per chi non avesse il tempo di leggere il suo libro, scriverò ancora di favole e archetipi, perché è un patrimonio culturale che ha il diritto di sopravvivere ed essere tramandato.


Foto di Roberto Gemini by Pixaby


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COMMENTI

Giada08-07-21 23:59
Brava Paola, come sempre sai entrare nel profondo di tutte le cose. Quello che ho letto adesso mi ha fatto molto riflettere sulla favola di Biancaneve, ed è vero ogni punto che hai scritto. ❤
Donna Incanto09-07-21 0:03
Grazie Giada. Spero leggerai anche i prossimi articoli su altre fiabe

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