Singular They

Nel 2019 il dizionario americano Merriam-Webster ha eletto come parola dell’anno they declinato al singolare.

Già nel 2015 la testata giornalistica del Washington Post lo aveva inserito nelle linee guida e poi era stata approvato, l’anno successivo, dall’American Dialect Society nel 2016. Successivamente ne annuncia l’introduzione nella Settima Edizione del “Publication Manual of the American Psychological Association”.

Qual è il suo significato nella lingua anglosassone e perché è così importante ai nostri giorni?

Il suo significato è riferito ad una singola persona il cui genere non è noto, oppure ininfluente rispetto al contesto di utilizzo. Il riconoscimento è stato favorito dall’azione di celebrità quali Billy Portner, Jonathan Van Ness, Asia Kate Dillon, Jacob Tobia che hanno portato alla luce l’esistenza di identità di genere che esistono da sempre. Le persone non binarie sono quelle che utilizzano parole come: gender-neutral, genderless, pangender, agender, genderfluid, genderqueer, third gender, demi-boy/girl, ecc…per riferirsi a sé stesse.

L’esigenza è nata dal bisogno di queste persone di ritagliarsi un posto all’interno del contesto culturale in cui vivono che difficilmente ne accetta e tollera l’esistenza. Il riconoscimento linguistico attraverso il singular they è un passo per permette loro di avere un riconoscimento che non sia basato sulla discriminazione.

Le persone che si rispecchiano nel non essere binarie sono costrette quotidianamente a dover compiere una scelta per identificarsi che si tratti di compilare un modulo o mostrare un documento, a fare una scelta che non le rappresenta comunque adeguatamente. Questo significa fare esperienza, ogni volta, di una mancata possibilità di collocazione che rimanda un messaggio non solo di inadeguatezza, ma ancor di più, di invisibilità. Se non esiste un linguaggio, un pronome, che rifletta adeguatamente chi sono, allora sono invisibili. Ecco perché l’utilizzo del singular they è importante.

Cosa accade alla lingua italiana?

Nella lingua parlata, molte persone hanno scelto di interrompere le lettere finali delle parole, oppure di utilizzare la u o la ə come vocali finali prendendo spunto da forme dialettali. Se non conosciamo l’identità di genere della persona cui ci riferiamo o la conosciamo e non rientra nel binario maschio-femmina è consigliabile e rispettoso l’utilizzo di pronomi indefiniti o forme impersonali come “è stato difficile?” anziché “ti sei trovato/a in difficoltà?”. Nella lingua scritta è stato scelto l’introduzione del *

Può succedere di commettere degli errori, l’importante è chiedere scusa ed impegnarsi a ridurre il più possibile l’accesso ad un linguaggio che riconosca la loro identità di genere.

È vero che la discriminazione non passa solo ed esclusivamente attraverso l’utilizzo del singular they o una vocale differente in sostituzione a quella che ne definisce il genere e non sarà neppure un asterisco e permettere l’integrazione, ma è pur sempre un passo verso l’abbattimento di barriere culturali che costruiscono muri anziché ponti.

Resto sempre e comunque dell’idea che siamo persone e come tali dobbiamo essere considerati. Non importa con quale genere siamo nati e in quale ci identifichiamo. Resta il fatto che siamo persone con potenzialità intellettive, empatiche con competenze più o meno sviluppate e da lì che andrebbero intessute le relazioni. Forse ci vorrà ancora del tempo prima che tutto questo possa accadere, ma intanto cominciamo a pensare e mettere in pratica tutto ciò che ci porta a considerare l’altro come un corpo, una mente e un’anima in interazione con il mondo. Potremmo incontrare qualcuno con cui avremo maggiori affinità e qualcuno con cui non ne avremo affatto, ma sarà sulla base delle affinità che costruiremo le relazioni. 


foto di Brett Jordan by Flickr


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